
Mercoledì 14 dicembre 2012, presso la sede della Fondazione di Venezia, Giuliana Musso ha condotto il seminario “Sul Teatro d’Indagine: tecniche di ricerca, analisi dei contenuti, composizione dei testi, processo della messa in scena”, nel corso del quale ha presentato il suo percorso autorale, un metodo di scrittura basato sull’indagine.
Teatro d’Indagine è una definizione che l’attrice e autrice teatrale ha inventato l’anno scorso nel progettare il laboratorio “Teatro d’Indagine” nell’ambito di ESPERIENZE 2010/11-Il Male di GIOVANI A TEATRO, con un gruppo di allievi attori che hanno dato vita allo spettacolo “LA BASE”, esito di uno studio sul tema della base militare americana “Dal Molin” in costruzione a Vicenza.
La tecnica di indagine ha caratterizzato tutti i lavori da lei composti: i monologhi Nati in casa e Sex machine, gli spettacoli Indemoniate e Tanti saluti.
Il percorso d’indagine che ha dato vita allo spettacolo “Nati in casa”
Nati in casa è uno spettacolo del 2001. Durante il seminario, parlando di questo monologo che racconta della nascita, Giuliana Musso ha introdotto la figura dell’ attore-narratore, un testimone che evoca i personaggi che appaiono e scompaiono, le azioni che si sviluppano rapidamente in situazione, l’artista che usa al massimo delle loro potenzialità tutti gli strumenti della narrazione: corpo, azione, scrittura per immagini, racconto.
“In questo testo la narrazione è organica e scolastica. E’ stato commissionato a me e Massimo Somaglino, coautore di questo lavoro, da un paesino che voleva raccontare la storia della levatrice del paese. Mi fu chiaro che per parlare di levatrici dovevo sapere qualcosa sulla nascita, sul partorire. Ho cominciato a indagare l’argomento. Addentrandomi nel tema, la sensazione era quella di aver alzato una botola, da cui fosse salito tutto. La situazione delle parti d’Italia era drammatica dal punto di vista della salute e delle pratiche della nascita. Si sono aperti due files paralleli. Da una parte la storia delle levatrici del tempo, come partorivano le donne una volta, in casa, e allora ho cercato le testimonianze delle vecchie levatrici e dei loro parenti, facendomi mostrare i documenti, andando con il registratore, sbobinando, ascoltando, cercando. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare una pubblicazione fatta in casa in una vecchia biblioteca di provincia, con una serie di racconti, di testimonianze brevi, che erano già state messe insieme, più altre che avevo trovato io. Il file delle vecchie levatrici riguardava come vivevano, cosa facevano, come partorivano le donne, gli aneddoti, le storie. L’altro file era quello della nascita. Per cui mi sono ritrovata con i tomi di medicina a parlare con i dottori e le ostetriche ospedaliere, a leggere manuali. A un certo punto ho capito che c’era una grande denuncia da fare rispetto alla nascita in Italia, che bisognava dire delle cose concrete sulla politica della nascita. Non mi sembrava possibile portare in scena la storia delle levatrici senza parlare dell’altra parte. Ed è lì che viene fuori l’attore-autore-narratore. Quando una cosa è indicibile a teatro, è difficile,… cerchi uno spazietto per dirla, che poi si allarga, volendo saperne di più. Lo spettacolo è in piedi da dieci anni. Ha fatto circa 300 repliche, è stato pubblicato, tradotto, sono state prodotte tesi di laurea, convegni. È diventato il manifesto della nascita in Italia.
L’indagine contempla la ricerca su testi scientifici o letterari, ma soprattutto si fa sul campo; c’è una ricerca che diventa esperienza. Con le persone vai a parlare. La narrazione è un linguaggio immediato che si conforma ai lavori d’indagine e che hai facilmente a disposizione Nella narrazione si trasferiscono contenuti. L’attore-narratore è testimone egli stesso, ed è tramite lui che passano le esperienze. Il pubblico riconosce l’esperienza e lì si ritrova”.
Il processo di scrittura in Sexmachine
Nel gennaio 2005 Giuliana Musso debuttò come interprete ed autrice in Sexmachine, monologo con musica dal vivo sulla domanda di prostituzione, regia di Massimo Somaglino, ricevendo il Premio della Critica 2005 per il lavoro di attrice e autrice svolto in questo lavoro e in Nati in casa.
“In “Nati in casa” c’era il narratore, mentre qui ci sono i personaggi che utilizzano una tecnica di narrazione. Il teatro di narrazione è una scrittura per immagini. Noi siamo in grado di raccontare quello che vediamo. Se la visione è precisa e dettagliata, il mio racconto è più efficace, perché la sua autenticità si fonda sui dettagli. Nel passaggio dei dettagli tu senti che stai trasferendo l’esperienza. Chi ti ascolta lo sente e il pubblico vive, si riconosce nel dettaglio. Nello spettacolo Sexmachine ho affrontato il tema della sessualità. Ho trascorso due anni di intervento e di studio, recandomi da persone normali e specialisti, come il sessuologo, lo psichiatra, il commerciante di pornografia, il pornodivo, l’esperto in tratta di prostituzione, fino ai consumatori di sesso a pagamento, le prostitute, i consumatori di locali a luci rosse. Parallelo a questo panorama umano di testimonianze ed esperienze, c’è uno studio sui testi scientifici che riguardano i comportamenti sessuali, l’antropologia, i manuali di sesso. Io porto ai convegni qualcosa che è riconosciuto come ricco, perché negli ambienti scientifici non si può mettere tutto insieme. Il professionista dell’ambiente medico procede secondo un metodo ristretto. Io porto i dati, le esperienze di cui sono tramite, porto me stessa. Il teatro fa un’operazione raramente concessa. Noi procediamo per settori rigidi e separati. Esiste la questione dei nessi della realtà che puoi creare e restituire. Quello che mi sono trovata ad affrontare per due anni sulla sessualità è diventato uno spettacolo sulla prostituzione. La prostituzione è apparso come il tema che attraversava tutti gli altri argomenti, una macchina fatta di più pezzi che si sono composti, un caleidoscopio, il risultato della mia lettura, il macroscopico. Voglio dire che la prostituzione è arrivata dopo, dicendomi “guarda che su questo tema puoi metterci dentro tutto il resto”, come con le ostetriche, perché quella storia poteva contenere i contenuti di senso che io cercavo. Sexmachine sono sei monologhi, composti portando in scena sei personaggi (quattro uomini e due donne). Non c’è più il narratore, ma il personaggio che parla direttamente con il pubblico. Lo spettacolo è stato composto insieme alle musiche di Igi Meggiorin. Lui ha proprio seguito la fase di scrittura. Dopo due anni di studio ho scritto un plot, un canovaccio di testo che non mi piaceva. Dentro c’erano temi, ipotesi, pensando che la narrazione mi avrebbe salvata. Primo giorno di prove con Massimo Somaglino e Igi Meggiorin: leggo il testo, ma non mi convinceva. Il debutto era tra un mese. Iggi mette su la pastasciutta. Massimo mi disse di fare quello che sapevo fare, i personaggi. Il tempo in cui Igi ha fatto gli spaghetti, io ho messo giù questa scrittura: nome dei personaggi, identità, contenuto politico e scientifico dei personaggi. Da lì ci siamo alzati, siamo andati in sala prove, io dicevo chi era quel personaggio, cosa doveva contenere, di cosa parlava, che carattere aveva, che tipologia di personaggio poteva essere dal punto di vista attoriale, e lui cominciava a farmi delle proposte musicali. Sulla base della proposta musicale cominciavo a metter in azione il corpo-attore, dunque il personaggio cominciava ad agire e sull’agito del personaggio usciva il testo dei personaggi. Quello che avevo studiato, sbobinato, gli incontri che avevo fatto erano già nel corpo -attore, uno strumento con cui inizia a giocarci. Il corpo reagisce in maniera diretta, in modo istintivo. Le informazioni, le suggestioni, i contenuti politici che a me erano chiari sulla faccenda, era già possibile travasarli nel personaggio, perché il personaggio era già lì”.
“La Base”: dalla raccolta di dati alla drammaturgia
Lo spettacolo La Base è nato da un laboratorio di sei mesi sul tema della base americana Dal Molin in costruzione a Vicenza, articolandosi in un lavoro di indagine e di studio del teatro di narrazione. Giuliana Musso ha guidato i partecipanti alla costruzione di un metodo di ricerca e di scrittura sulle fonti e la storia del presidio militare, raccogliendo documenti e informazioni attraverso interviste, incontri, colloqui con i testimoni delle vicende che hanno infiammato la cronaca.
“Conclusa la trilogia “sui fondamentali della vita”, tra “Sex Machine” e “Tanti saluti “ho fatto “Indemoniate”, un esempio di come l’indagine entra in una scrittura di prosa più o meno tradizionale e in situazione, mentre le altre erano tutte scritture che partivano dalla narrazione. Io ho iniziato in seguito un percorso di studio sul tema della distruttività umana, focalizzandomi su alcuni temi, come “Medea” di Christa Wolf, perché conteneva tutti argomenti che mi interessavano in ambito antropologico, e su quello della guerra. Avevo cominciato a fare delle interviste a quelli del presidio di Vicenza, poi ho avuto dei problemi e ho chiesto un appuntamento a un ingegnere che era a capo di un comitato scientifico del No Dal Molin. Lui si è offerto. Ci siamo conosciuti in una hall dell’albergo. Voi avete visto “Vajont” di Marco Paolini? Si tratta di uno spettacolo nato dalla testimonianza di Tina Merlin, una giornalista de “L’ Unità” locale, che mentre costruivano la diga aveva scritto delle paure degli abitanti per le scosse che sentivano, della pericolosità della cosa. Fu istantaneamente denunciata e poi assolta poco prima che crollasse la montagna. Io avevo fatto un lavoro con Marco sul Vajont, intervistando dei conoscenti di Tina Merlin…per me rimane una persona non un personaggio. Io ho incontrato Guglielmo Vernon e mi ha raccontato tutto sulla Base dal punto di vista dell’impatto ambientale e delle “storture”. Alla fine gli ho fatto una domanda: “Sei pacifista?” E lui mi ha risposto che non gli andava la prepotenza. Io avevo sentito un senso di giustizia che mi animava e muoveva, perché questo uomo si era impegnato per anni, aveva studiato. Io sono uscita da lì e ho pensato a Tina Merlin e mi sono vista, ho visto Marco Paolini incontrare Tina Merlin nel 1963, a pochi mesi dalla caduta della montagna. Ero all’inizio della costruzione della base, alla fine dell’ estate 2009. Da lì ho pensato che sarebbe stato uno straordinario esperimento vedere se il tema d’indagine è cronaca e non storia. Quello che ho scoperto è che è molto difficile, perché non possiedi l’elemento catalizzante dal punto di vista teatrale, che è la tragedia (e non c’è il morto). È come se l’esperimento della base fosse uscito dal campo teatrale. Gli mancano degli aspetti fondamentali per stare dentro il teatro, lo inserisco dentro, ma per me è un’inchiesta messa in teatro. Abbiamo delle facilitazioni rispetto all’inchiesta giornalistica, che sono quelle del linguaggio teatrale, abbiamo la facilitazione che non siamo tenuti al rigore scientifico”.
Tanti saluti: la testimonianza del corpo-attore
Nel 2008 Giuliana Musso scrive e interpreta “Tanti saluti”, spettacolo civile clownesco sul morire, con Beatrice Schiros e Gianluigi Meggiorin.
“Tanti saluti è uno spettacolo che si compone di linguaggi diversi: uno è quello che fanno gli attori, costituito dai monologhi, una via di mezzo tra la narrazione con il narratore e quella in cui c’è il personaggio che parla. Esiste il personaggio, ma non è la sua soggettiva che conta, l’identità del personaggio è tenuta in secondo piano; non siamo lì per far conoscere il personaggio, lo trattiamo come un testimone. Il modo di porsi dell’attore è ibrido, noi stiamo indietro. Il corpo-attore si mette a disposizione per far passare quella testimonianza, ma che dietro la testimonianza ci sia uno sguardo soggettivo fa parte del gioco, non passa attraverso il narratore. Il personaggio della Maria, interpretato da Beatrice Schiros, è una caposala che racconta qualcosa. L’intervista della Maria è in un file audio: passaggio diretto dell’esperienza… Ma quanto tu ascolti queste persone puoi con le tue domande indirizzare la conversazione e fare in modo che facciamo emergere i materiali che a te serviranno davvero, perché altrimenti la persona non dà importanza a ciò che è veramente importante. Per esempio con Maria ho fatto tanti incontri, ricevendo molta esperienza, capendo da sola dopo un po’ quello che cercavo, non staccandosi dalle mie richieste di ripassare dal punto di vista concreto gli avvenimenti. Quando Beatrice racconta quello che è successo nella camera con la signora morente, c’è una parte del discorso che può essere inventato. La madre è in agonia nelle ore terminali, ma questo è generico, lo puoi “pescare”. Ricordo quanto ho insistito con Maria perché mi raccontasse la dinamica dei fatti. Tu mentre ascolti formuli la visione e percepisci i suoi spazi vuoti, ma se non riesci a immaginarlo non puoi scriverlo, oppure dovrai farlo riempiendo gli spazi vuoti con dei dettagli generici. C’è grande voglia di raccontare. In questo spettacolo c’è il monologo del primario, che è stato integrato. Non devi prendere la cosa “ed è scritta”, tu componi, metti insieme i pezzi, inserisci gli elementi dentro a una storia. Io avrò centinaia di file di sbobinatura, poi c’è il condensato. Il primario l’ho beccato dopo tempo, arriva a casa mia a pranzo e mi rilascia l’intervista mentre mangia, dice delle cose straordinarie. Passava dalle cose concrete a quelle tecnico-scientifiche. Lui è quello che si è preso in carico Eluana. Ho anche intervistato un rianimatore che mi ha aiutato a capire quando parlavo di temi specifici. Mi portava le dispense, mi spiegava gli argomenti, ma dei suoi pezzi non ho usato quasi niente. Poi ho tirato fuori delle battute che ho sentito tra due primari, una che ho fatto dire all’infermiera del primo pezzo. In “Tanti saluti” c’è anche il linguaggio dei clown, c’è un lavoro sull’improvvisazione. Se sai quello che devi dire è già drammaturgia e io so che a questo punto il clown deve rappresentare quel tipo di situazione lì, perché è emersa come importante. Il clown utilizza un linguaggio che permette di toccare le emozioni, che la testimonianza e la narrazione farebbero diventare pesantissime. Nell’istante in cui una battuta esce, il corpo-attore aggancia un’emozione forte, difficile. L’emozione esce perché quella cosa che stai dicendo proviene dalla realtà”.
“Indemoniate”: una ricerca storiografica
“Indemoniate è una storia realmente accaduta alla fine dell’Ottocento in un paesino della Carnia, dove un gruppo di donne, che erano all’inizio due-tre e poi sono diventate una ventina, aveva vissuto un fenomeno, un’epidemia di isteria collettiva con tutti i connotati di fine Ottocento, quella che studiava Charcot con una pseudo-crisi epilettica, con la caduta a terra, l’arco, le urla, i versi animali, la perdita di conoscenza. La storia è vera. Tutti i materiali e le indagini sono state raccolte da Carlo Tolazzi, che ha studiato la storia locale. Io sono entrata in collaborazione, ho apportato tutta un’indagine sull’oggi. Il testo è l’esito di un lungo percorso durato un’estate, costituito da otto tappe in forma di studio. C’erano delle scene con dei personaggi in situazione che svolgevano dei dialoghi, attraverso cui noi venivamo a conoscenza degli avvenimenti e della soggettività dei personaggi. Nello studio, a queste scene ne venivano abbinate altre con un diverso linguaggio, che ci parlavano di vari aspetti della faccenda, della malattia mentale oggi. All’interno di ogni tappa avevamo ospitato un esperto diverso che ci raccontava, faceva delle mini-conferenze su dei temi attinenti. Mi ricordo di una conferenza molto bella al “Mittelfest” di Cividale del Friuli, in cui c’era l’antropologo Giampaolo Gri, che ci disse delle cose sul periodo di transizione storica della fine dell’Ottocento tra cultura popolare e Illuminismo, conflitti di Chiesa e Stato, ma dal punto di vista della cultura popolare. In un’altra serata un’antropologa che si occupa del contemporaneo ci ha portato la testimonianza di due donne che lavoravano nelle fabbriche del Sri Lanka alla fine degli anni Ottanta, nella fase di passaggio verso l’industrializzazione, con le donne che venivano portate via dai paesi e inserite in un pesante schema lavorativo con crisi simili a quelle delle donne di fine Ottocento (solo che avvenivano dentro le fabbriche ed erano epidemia). La storia finisce con una deportazione di massa. Arrivarono i militari, dopo anni di conflitto tra la Chiesa (che le considerava delle “indemoniate”) e lo Stato, rappresentato da un tale Dott. Franzolini. Franzolini è stato il primo medico chirurgo che in Italia ha effettuato l’ isterectomia totale, l’asportazione di utero e ovaie su una ragazza di Palmanova di 23 anni, il primo caso in cui la donna è sopravissuta. Di Francolini si parla negli archivi storici medico-scientifici di tutta Europa. La storia finisce con una deportazione di massa. Il finale dello spettacolo è il testo della relazione medico-scientifica di Franzolini. Non trovavamo il modo di raccontare come molte delle donne deportate nei manicomi fossero finite sotto le mani del chirurgo, subendo l’asportazione di utero e ovaie per istero-epilessia. Eravamo sotto debutto. Mi sono recata in biblioteca, accedendo ad un reparto di testi particolari e trovando altro materiale su Franzolini. Ci sono due lettere nel finale che ha inventato Carlo perché lui è un fine conoscitore della Carnia. Altri sono dettagli venuti fuori dalle sue ricerche storiografiche, dalle lettere. ..
Vi volevo parlare anche di un testo con delle testimonianze commoventi raccolte in una casa di riposo di Treviso. Ricordo una signora che si è prestata a spiegarmi nel dettaglio come si fa a cambiare posizione a un malato che è a letto per molto tempo. Ho composto il racconto “Sindrome del tramonto”, perché intorno alle 17.00 i malati di demenza senile hanno un picco. Il testo breve è stato letto di fronte al personale nel giardino della casa di cura e ricordo che le stesse persone che danno a te le loro storie, quando le ricevono di ritorno, “ricevono altro”. Avviene un passaggio, lungo il quale c’è una trasformazione, è come se sentirci raccontati ci desse valore, ci dice chi siamo, cosa siamo…”.
Giuliana Musso