Un corpo che ride si compone di due laboratori esperienziali fisici condotti da Silvia Gribaudi in collaborazione con Elisa Dal Corso. Le due danzatrici hanno parlato di come vivono e affrontano il male in questi percorsi di espressione del corpo con giovani, insegnanti ed educatori.
Silvia: Ho concepito il lavoro sul male come trasformazione. Il connubio con Elisa è il legame tra due esperienze. Io sviluppo il mio linguaggio nella danza – dove l’esercizio è più teatrale se analizzato e confrontato con lo studio del movimento di Elisa - attraversando l’ironia e il tragicomico. Penso che c’è il male nella componente della trasformazione, che ha il clown. Il laboratorio mi permette di approfondire con Elisa l’interazione di pratiche diverse, sfidando la solitudine, la separazione, la disunità, contrastando un metodo unico di portare avanti un lavoro. Per noi è un “laboratorio nel laboratorio”, costruito attraverso la conoscenza esperienziale reciproca, per spaccare la tendenza del “fare da solo”.
Elisa: Il tema del male è tante cose antitetiche. Ho cercato di identificarmi con il male, di delineare le sfumature riferite al mondo esterno, al contesto sociale e di relazione, e quelle “dentro di noi”, ovvero ciò che separa l’imbarazzo che puoi provare nella società dal dolore che senti all’interno. Ho pensato con Silvia alle varie declinazioni del tema, considerando l’aspetto dell’errore e dello sbaglio, che non è un valore assoluto, ma relativizzato. Ci sono due modalità compenetranti che dialogano nel nostro percorso creativo: quella legata alla quotidianità, al lavoro sul piano fisico, dove il corpo è un mezzo generatore di sensazioni ed emozioni, e quella della mente. Si tratta di sentire quel vivere che aiuti a coniugare le differenze tra corpo e mente, lo stare individuale e la relazione. Ciò che il corpo rimanda nella mente, questa è esperienza.
Silvia: Nel mio approccio più teatrale il movimento tende a esplicitarsi nell’espressione corporea, nelle manifestazioni del “fuori”. Dobbiamo riprenderci il corpo, questo sacchetto, e lavorare sull’esterno, sulla comunicazione. Parlo del toccarsi e del farsi toccare da se stessi, dell’acquistare una non-quadratura mentale, cercando libertà. Andare dentro al male scoprendo l’entrata nel corpo, dove è possibile percepire libertà e ironia. Oggi abbiamo lavorato sul giocare a prenderci in giro rispetto a delle parti del corpo che viviamo come dei difetti; questo consente il distacco, che fa bene, perché diamo valore al corpo che ride, attraverso un percorso che dall’accettare ed elaborare, attraverso il trasformare conduce all’esprimere. Stiamo raccogliendo dei materiali sul male portati dai partecipanti al laboratorio, come articoli di giornali, foto; un ragazzo ha portato un orologio. Ribadisco che l’attenzione di Elisa al movimento del corpo e il mio percorso creativo basato sul teatro hanno lo stesso punto di partenza. Sviluppiamo gli esercizi insieme, scambiandoci la guida, per far entrare i ragazzi nella sensibilità e nel mondo interiore, per lasciarci lo spazio. Penso che il fatto che questi laboratori si svolgano nel quartiere di via Piave a Mestre sensibilizzi i cittadini, li renda attivi, li faccia sentire responsabili come abitanti e avvalori il loro impegno sociale. Il pubblico bisogna crearlo attraverso il contatto e la relazione, anche con le persone del proprio quartiere. Ritengo che il contemporaneo della danza si rinnovi nell’incontro artistico, nell’osmosi con un pubblico attivo. I giovani in questo modo entrano in contatto con la danza contemporanea e conoscono ciò che io considero come una responsabilità dei danzatori, ovvero sostenere la promozione del rapporto con la cittadinanza.
Elisa: Nel nostro piano di lavoro abbiamo programmato delle uscite. Vogliamo camminare, vedere lo spazio e il male nel contesto, relazionarci allo spazio ascoltando i suoni della città. Il male per me è un concetto legato alle illusioni. Vivo in un mondo illusorio, in cui ho un rapporto con le cose immaginate. La danza ha un valore di immediatezza, che va in controtendenza con l’illusione; è un’esigenza personale, un canale diretto tra quello che c’è e quello che si manifesta.
Silvia: Danzare è il rapporto dentro-fuori, un allenamento che dura per sempre, per guardare e farsi guardare; è un’alternanza che attraversa il corpo, è offrire con generosità la propria presenza, è una pratica che non si esaurisce, ma si migliora nel tempo al di là dello spettatore. Non intendo la danza performativa, ma il raggiungere l’onestà del movimento sul palco in parallelo con la pratica. Voglio dire che la performance in palcoscenico riguarda il contenuto della parola “allestimento”, mentre l’allenamento che bisogna nutrire riguarda la capacità di offrire una parte invisibile. Il male per me è quello che per ognuno è, l’ignoranza di non volersi migliorare, imprigionarsi nelle illusioni quando non c’è curiosità. C’è una destabilizzazione di valori, una dipendenza con l’altro. Quanto conosciamo la trasformazione del male? Credo nello sforzo di costruire una dignitosa presenza, usare il male nella trasformazione.


ecco, così arrivano le notizie!
avvisateci quando “uscirete” che vi accompagnamo! ore felici!